Il Ninfeo di Q. Mutius

Fin dalla sua prima scoperta e prima edizione scientifica nel 1995, il ninfeo di Q. Mutius è stato riconosciuto come una delle più importanti testimonianze dell’architettura romana del tardo ellenismo. La fontana monumentale è quasi perfettamente conservata: è composta da un piccolo ambiente, aperto verso valle, con le pareti articolate da nicchie. Altrettanto ben conservata la decorazione parietale; le nicchie sono trasformate in selvaggi antri naturali da uno spesso intonaco, arricchito di pietre pomici, mentre attorno al loro profilo corrono fantastiche architetture disegnate da conchiglie e perline di “blu egiziano”.

L’eccezionalità del monumento è data dalla presenza, conservata nella tabella posta al centro del prospetto principale, della firma dell’architetto responsabile, fra tardo II e inizi I secolo a. C., della sua progettazione: Q. Mutius.

Si tratta di uno dei massimi architetti dell’epoca, probabilmente greco di nascita e appartenente a quella generazione di artisti che, venuto a Roma dalle avanzatissime regioni dell’oriente mediterraneo da poco conquistate, contribuì in maniera decisiva al formarsi del nuovo linguaggio figurativo e architettonico della Roma del tardo ellenismo.

A seguito di una richiesta di finanziamento di successo da parte del Comune di Segni per la Provincia di Roma nel 2013 , insieme con la Soprintendenza per i Beni Archeologici del Lazio , il monumento, che era in proprietà privata è ora proprietà del Comune di Segni e, grazie ai primi interventi di pulizia e valorizzazione del monumento, è già aperto al pubblico in particolari occasioni.

A fine giugno 2013 la prima fase degli interventi per registrare il suo stato di conservazione e fornire un piano preciso del ninfeo ha coinvolto l’Università di Southampton, che ha realizzato una scansione laser dettagliata del monumento con un Faro Focus 3D. Il lavoro è stato condotto da James Miles del Computing Group Ricerca Archeologica. A questa è seguita una seconda fase di pulizia archeologica del monumento, eseguita in collaborazione con la British School at Rome, che ha effettuato anche indagini geofisiche su tutta l’area circostante.

 

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